“Io non sono influenzabile”: l’effetto della terza persona

dr. Andrea Barbieri, psicologo

Ogni volta che siamo esposti ad un’informazione mediatica ci caschiamo tanto più quanto pensiamo di esserne immuni. È sulla base di questi principi che si è evoluta la pubblicità dagli anni ’80 ad oggi. Nel 1983, il sociologo W. Phillips Davidson pubblicò una teoria relativamente all’effetto dell’esposizione ai media. Questa illustrava come:

  • Ogni singolo individuo, ognuno di noi, tenda a credere di essere poco influenzabile, o addirittura insensibile all’effetto dei media;
  • Gli altri ne siano molto più esposti di noi, e che l’effetto sugli altri sia enorme.

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Vedremmo quindi gli altri – ma non noi – come fortemente manipolabili e influenzabili. Definì quindi come questo “effetto della terza persona”, e cercò di interpretarne i motivi, giungendo alla conclusione (supportata poi da chi ha proseguito gli studi in merito) che fosse riconducibile ad un bias cognitivo. Quasi sempre inconsapevolmente, ognuno di noi ha la tendenza a considerare se stesso come “il migliore”. IO sono l’unico in grado di ragionare con la mia testa. Solo IO sono rigorosamente accurato, analitico ed in grado di valutare nel modo più corretto i fatti e le idee.

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Questo effetto addirittura si amplifica al crescere del livello di istruzione della persona.

Quindi studiare non è un fattore protettivo, in questo senso, ma dà forza alla nostra presunta superiorità. Nessuno è immune da questo pensiero, perché:

  • L’unica persona che conosciamo veramente bene siamo noi stessi, e di noi possiamo fidarci ciecamente;
  • Gli altri non sanno tutte le cose che sappiamo noi, non hanno letto tutte le cose che abbiamo letto noi, e questo non può che rendere la nostra analisi dei fatti “la più completa”;
  • Gli altri non sono così intelligenti come noi, quindi la nostra idea vale di più.

Altri psicologi poi hanno ampliato questa strada di studio, trovando continue conferme di quanto ognuno di noi si sopravvaluti, e questo sembra essere funzionale alla nostra identità. Infatti, se ci sentiamo più bravi/forti/svegli degli altri, allora inconsciamente pensiamo (e sentiamo) di avere più controllo sugli eventi esterni. Sarebbe infatti terrificante pensare di vivere in un mondo in cui sappiamo di non aver alcun controllo, quindi ritenerci superiori agli altri ci permette di essere sicuri di noi, tranquilli e sempre con la risposta (anche comportamentale) pronta. A mio avviso è importante conoscere questi automatismi inconsci perché tutti questi sono errori della nostra mente, che fa per proteggerci, e più spesso per alleggerirci i pensieri, così che non dobbiamo sempre fare mille analisi per ogni singola decisione. Non sono altro che inganni del nostro cervello, evolutivi e a fin di bene.

La campagna di sensibilizzazione alle vaccinazioni risente proprio di questo “effetto della terza-persona”. Hyunmin Lee e Sun-A Park, nel 2016, hanno pubblicato uno studio che prende in causa proprio il rapporto fra il singolo e le campagne mediatiche di informazione vaccinale, constatando come il comportamento delle persone sia soggetto ad un ragionamento del tipo “serve agli altri, non serve a me”.

Gli autori hanno mostrato filmati sui rischi delle epidemie pandemiche, che proponevano e stimolavano alcuni comportamenti attivi di protezione (vaccinarsi, lavarsi le mani, evitare zone affollate) e hanno appurato la solidità di questo pensiero resistente. “Il fatto che una malattia infettiva sia pandemica non correla automaticamente con alti tassi di mortalità, è comunque una questione seria a causa della sua velocità di trasmissione e della sua forza di impatto geografico. Quando le persone non pensano di essere influenzabili da ciò che i media stanno dicendo loro rispetto alla pandemia, è molto probabile che non seguiranno le misure precauzionali che possono aiutare a porre fine alla diffusione dell’influenza pandemica. In sostanza, i risultati di questi dati mostrano che il TPE (Effetto Terza Persona, NdA) era associato negativamente alle intenzioni di vaccinarsi.”

Although an infectious disease being a pandemic does not automatically relate to high mortality rates, it is nonetheless a serious matter because of its travel speed and magnitude of geographical impact. When people do not think they are susceptible to what the media is telling them about the pandemic, it is very likely that they will not follow the precautionary measures that can help terminate the spread of the pandemic flu. Indeed, findings from these data show that TPE was negatively associated with intentions to get vaccinated.

Meno ci si sente manipolabili dagli effetti ritenuti “propagandistici” e più si tenderà, quindi, ad andare controcorrente, guidato dal pensiero errato: “Io non mi faccio manipolare, ma sono sicuro della validità del programma vaccinale, e sono sicuro che gli altri (i “suggestionabili”, ma non IO) adotteranno le misure opportune, e si vaccineranno”.

In alcuni casi, con l’intenzione di “andare controcorrente” rispetto alle istituzioni, specialmente se non ci rappresentano, succede di entrare nel vortice della contro-informazione, delle mistificazioni e delle fake-news. Iniziare ad informarsi sulle vaccinazioni, partendo dal nulla, è sempre un’impresa, se ci si affida completamente a Facebook e a Google, canali che propongono in gran parte teorie non verificate dalla scienza, e totalmente infondate. Ma se sono quelli i primi risultati dell’informarsi, a quel punto sarà ancora più difficile mettersi in discussione: è molto più pratico ed automatico scegliere e andare a cercare le sole informazioni che supportano la nostra idea di partenza, piuttosto che metterci in discussione, dati alla mano.

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Hyunmin Lee e Sun-A Park notano nel loro articolo anche come il livello di gravità e le informazioni sull’efficacia dei vaccini non abbiano alcun impatto sul TPE. Si riferiscono in questo senso a due modelli teorici sulla salute, in entrambi dei quali gli indicatori più importanti nei cambiamenti comportamentali e nelle attitudini risiedono proprio nella percezione di sé (Hochbaum, 1958; Rogers, 1983).

A poco serve riportare dati o esempi di gravità, quindi. Il fatto che siano campagne mediatiche fa sì che in tanti di noi vi sia un pensiero che “rimanda agli altri”. E in questo non è di alcun aiuto il fenomeno psicologico di diffusione della responsabilità, in cui è meno probabile che si intervenga attivamente quando c’è la consapevolezza che potrebbero farlo altri al posto nostro. A volte, però, non è sufficiente, perché più pensano così, e meno siamo protetti (personalmente e come comunità).

Soprattutto se a questo si aggiungono gli altri bias già noti: “non sono stato vaccinato eppure sto benissimo” è un esempio di come utilizzare UNA esperienza personale e trasportarla sul generale, ma come scrisse Aristotele in Metafisica “Del particolare non si dà scienza”.

 

Bibliografia

Hyunmin Lee & Sun-A Park (2016) Third-Person Effect and Pandemic Flu: The Role of Severity, Self-Efficacy Method Mentions, and Message Source, Journal of Health Communication, 21:12, 1244-1250, DOI: 10.1080/10810730.2016.1245801

Hochbaum, G. M. (1958) – Public participation in medical screening programs: A socio- psychological study. Washington, DC: U.S. Department of Health, Education, and Welfare, Public Health Service, Bureau of State Services, Division of Special Health Services, Tuberculosis Program

Rogers, R. W. (1983) – Cognitive and physiological processes in fear appeals and attitude change: A revised theory of protection motivation. In J. Cacioppo & R. Petty (Eds.), Social psychophysiology (pp. 153–176). New York, NY: Guilford Press)

Richard M. Perloff; Third-Person Effect Research 1983–1992: A Review And Synthesis, International Journal of Public Opinion Research, Volume 5, Issue 2, 1 July 1993, Pages 167–184, https://doi.org/10.1093/ijpor/5.2.167

Bryant Paul, Michael B. Salwen & Michel Dupagne (2009) The Third-Person Effect: A Meta-Analysis of the Perceptual Hypothesis, Mass Communication and Society, 3:1, 57-85, DOI: 10.1207/S15327825MCS0301_04

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